
I nostri “cantieri” al confronto erano punte di spillo fra immensi crateri, nonostante alcuni avessero raggiunto dimensioni per noi ragguardevoli. Ed è stato proprio andando a rivedere uno di questi cantieri, in un giorno d'agosto del 2003, che casualmente ci siamo trovati ad aprirne un altro. Ci eravamo fermati all'ombra dei primi alberi di un boschetto per consumare un panino al riparo dal sole che in agosto implacabile martella le bianche placche di marmo, diffondendo una luce abbagliante tutt'intorno come su un ghiacciaio alpino. Accanto a noi c'erano solo alcune roccette di poco conto, un pendio erboso e grandi faggi frondosi. Io credo che ogni speleologo abbia dentro di sé il vizio di scavare, il vizio di provare, anche se senza nessun senso, a smuovere qualche piccola zolla di terra attorno a dove si ferma, dove si siede, pensando, inconsciamente, che le grotte si aprono dove e quando vogliono loro, nei posti più impensati, anche lontano dalle classiche situazioni da manuale, e che quindi basta un sasso che casualmente faccia vedere un piccolo insignificante vuoto sotto di sé che subito viene voglia di rimuoverlo. E così, su un canalino appena accennato di terra polverosa e compatta, grattando per gioco attorno ad un sasso un po' sporgente, un fiotto d'aria viene su malandrino, sollevando perfino un po' di polvere. Sguardo attonito, silenzio interrogativo, boccone deglutito rumorosamente e poi subito a scavare, dapprima con superficiale attenzione, poi con foga da minatore che insegue la vena aurifera. Più si scava e più l'aria aumenta, anche se le continue frane di terra ci fanno rifare il lavoro più e più volte.

La mattina seguente bastano poche decise “bracciate” aiutate da pale, picconi e secchi e sotto di noi si apre il primo pozzo, una stretta frattura che scampana, profonda 4 metri, seguita da un piano inclinato di una decina di metri. Ci siamo, è grotta, l'aria e l'umidità non mentono, il forte odore di muffa sempre presente nei primi metri degli ingressi non lascia dubbi. Sta per cominciare una nuova avventura.
Da 0 a -300
Buca Nuova, che nel corso del primo anno ha cambiato diversi nomi prima di chiamarsi definitivamente con quello più banale, è stata esplorata molto lentamente, principalmente a causa dei continui lavori di disostruzione, alcuni necessari all'avanzamento (strettoie), altri alla sicurezza (frane), altri ancora al consolidamento dell'ingresso che, essendo stato interamente scavato, è rimasto sempre poco stabile costringendoci a continui lavori.
Le prime esplorazioni, condotte nell'estate del 2003 ci portano subito a scendere modeste ma bellissime verticali, interamente e fantasiosamente scavate nei marmi. Purtroppo il primo ostacolo lo incontriamo dopo soli 50 metri di dislivello: un tappo di frana cementata da fango biancastro (marmettola) ostruisce il primo grande pozzo della grotta, un P.50, che riusciamo a liberare dopo vari tentativi. Alla sua base si sono però accumulati tutti i sassi scaraventati già dalla disostruzione e altri lunghi lavori ci attendono. Poi ancora un ostacolo, questa volta un restringimento delle pareti lungo una frattura.

E' solo dopo 5 mesi, durante le vacanze natalizie, che riusciamo ad andare oltre raggiungendo cosi l'attacco di una grande verticale, intercettata a metà della sua altezza e scesa con grande fatica durante una gigantesca piena nel mese di gennaio 2004. E' stata la nostra fortuna, perché solo così siamo riusciti ad armarla completamente fuori dall'acqua, anche se per arrivare in fondo ai suoi 64 metri abbiamo dovuto mettere ben 14 frazionamenti e utilizzare una quantità spropositata di corda. Alla base di questo pozzo parte uno scivolo ad anfiteatro (l'Imbuto) che oltre a fungere da instradamento forzato per ogni sasso caduto dall'alto, si getta su un vuoto di 30 metri, perfettamente verticali, e senza nessuna parete decente sulla quale approntare un attacco per scendere. La prima discesa dell'Imbuto è stata una vera faticata, con il rumore assordante della cascata in piena, le batterie del trapano agli sgoccioli che ci permetteva di usare solo fix corti, i frazionamenti tirati a più non posso per risparmiare corda e un nodo finale (nel vuoto) a pochi metri dall'atterraggio. Di più non si poteva fare.
L'Enigma e il Pozzarello
Passati sotto le cascate dei due pozzi, la grotta cambia aspetto. Si entra in un ramo fossile. Un bel meandro, con le pareti che si sfarinano al contatto dei nostri scarponi, niente più rumore assordante, niente fango appiccicoso, niente nebulizzazione e per di più inversione della corrente d'aria. Buon segno, ma dura poco. Superiamo i due salti che vi si trovano in mezzo e.... sorpresa! Sbuchiamo in una forra alla base di un altro grande pozzo, di almeno 50 o 60 metri, del tutto simile a quelli scesi precedentemente, anche lui con presenza d'acqua, solo stillicidio forte, per fortuna. Seguiamo la via dell'acqua, lasciando il camino e puntando verso il basso, ma le pareti stringono inesorabilmente, impedendoci di proseguire. E' in questo punto della grotta che per lunghi mesi cercheremo un passaggio per il fondo, setacciando ogni roccia, arrampicando, ritornando allo stesso punto, scendendo saltini e percorrendo brevi e contorti meandri che riportano sempre alla base del camino; seguendo improbabili f

Nell'estate del 2004 facciamo questo ultimo tentativo, e le cose vanno proprio bene: in una sola uscita si passa. Di là da questo stretto pozzarello riprendiamo la via dell'acqua, che si è scavata un passaggio fra gli strati compatti di marmi dolomitici, guadagnando metri e metri di profondità. Avanziamo accanto ad una magnifica cascata e, come da manuale, siamo di nuovo sull'orlo di un pozzo. Non abbiamo corde, si torna fuori.
Sicurezza, innnanzi tutto

Siamo a -400 e la grotta ha un po' cambiato faccia, gli ambienti sono sempre molto grandi e caratterizzati da pozzi con grandi massi di crollo alla base, ma si va. Una grande forra, profonda 80 metri e larga più di 10 ci impegna un bel po' con i soliti traversi e l'enorme numero di frazionamenti necessari per scenderla, ma alla sua fine il marmo bianco viene alla luce e in una punta effettuata il 2 giugno 2005 raggiungiamo il Pozzo Cazeglio (così battezzato in onore dell'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, per via di un suo discorso in difesa dei valori antifascisti nel giorno della festa della Repubblica).
Per evitare di fare un'unica calata nel vuoto ci inventiamo di tutto

Il fondo di Buca Nuova
Siamo tanti in agosto del 2005, e visto che sognare non costa nulla abbiamo cominciato a pensare ch non è escluso che si raggiunga davvero il livello di base, ipotizzato a circa 1000 metri di dislivello dell'ingresso. Siamo già tornati oltre il campo base di -500 e la grotta continua con altri pozzi, sempre belli e grandi, per altri 100 metri ancora. Abbiamo lasciato il materiale all'attacco di un altro grande pozzo e ci prepariamo per una punta lunga. Il rilievo è stato un po' trascurato nell'ultima parte di esplorazioni e così organizziamo varie squadre per fare più cose possibili, foto incluse. Scendiamo ancora un altro pozzo, e poi ancora un altro, un bel terrazzo e un altro grande pozzo, non si ferma più...

Eccolo, il sifone, quella cosa che in grotta in esplorazione ti lascia sempre l'amaro in bocca, ti senti tradito, fregato, frustrato. Tu lì con tutti i sacchi pieni zeppi di materiali, con le batterie cariche di energia che gridano vendetta, con tutta la ferraglia che pesa il triplo che in magazzino, e lui lì, immobile, senza aria, che placidamente riposa cullato da un rivolo che lo alimenta e da qualche goccia che lo fa cantare.
Di fronte al sifone si fuma, ci si accende la sigaretta, almeno quelli che condividono con me questo vizio, e si pensa, si pensa. Immediatamente si torna su con la mente, alla ricerca di tutti i bivi, le finestre, i passaggi o le ombre sulle pareti che non abbiamo visto bene, e ci si consola, sperando che un by-pass si possa ancora trovare. Il sifone di Buca Nuova, a -700, è anche un brutto sifone, con acqua poco limpida, lungo circa 6 metri e largo poco più di 2. Lì attorno non c'è modo di passarlo, e se c'è una via possibile è sicuramente più in alto, alla base dell'ultimo grande pozzo sceso.
Sulla via del ritorno
Per i 5 mesi successivi le esplorazioni in Buca Nuova hanno un unico obiettivo: risalire in artificiale per raggiungere le tante finestre che abbiamo visto qua e là scendendo i vari pozzi. La prima da “attaccare” è proprio sul fondo, raggiunta con appena una decina di metri di risalita; da questa finestra parte un ramo perpendicolare a quello del sifone, lungo un centinaio di metri, con una fortissima aria, che però porta ad un cunicolo basso e sabbioso, assolutamente impraticabile senza una seria e impegnativa opera di disostruzione.
Altre risalite, fra l'acrobatico e lo scavezzacollo, non ci danno risultati degni di nota e un by-pass non si riesce a trovare. Abbandoniamo amaramente le ricerche sul fondo ed iniziamo a disarmare, spostando verso quote superiori le nuove punte esplorative. A -600, dopo 20 metri di risalita, entriamo in un nuovo ramo laterale; sembra la fotocopia di quello sul fondo, con tanta aria, un po' di concrezione,

Le uscite si fanno sempre più rade, si comincia a pensare anche al disarmo. In grotta c'è tanto materiale e ci vorranno parecchi week end e parecchie persone per portare tutto fuori. E poi c'è da organizzare la colorazione (anche se siamo sicuri che l'acqua risorgerà ad Equi Terme) e per far ciò bisognerà coordinarsi con la Federazione Toscana.
Nel mese di marzo del 2008, sotto la guida della FST, immettiamo nel primo sifoncino pensile, quello di -100, circa 4 kg di colorante. C'è pochissima acqua in grotta tanto che facciamo non poca fatica a sciogliere il colorante. Poi, lentamente, ogni cosa diventa verde e la fluoresceina prende la via del fondo. Risorgerà dopo circa una settimana ad Equi, confermando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l'acqua di Serenaia va sempre a nord, dai calcari selciferi ai marmi.
In conclusione
Forse nel cuore profondo di Val Serenaia non ci sono le grandi gallerie che abbiamo inseguito per 14 anni; forse i marmi piegati e ripiegati insieme ai calcari selciferi e ai diaspri, hanno creato una rete tipo colabrodo capace di filtrare grandissime quantità d'acqua su un vasto territorio ma incapace di far passare noi umani; forse più a nord, nell'altra valle, il gallerione c'è, unico ed enorme, che raccoglie l'acqua solo dopo che questa ha oltrepassato il confine immaginario formato dal crinale; forse quando facciamo le colorazione nei bacini c'è più o meno acqua e questa si muove più o meno lentamente e noi sogniamo cose che non possono esistere; forse è meglio così perché che senso avrebbe pensare di poter scoprire tutto, in una sola generazione di speleologi?
Chi ha esplorato Buca Nuova?
Gli stessi speleologi che da ormai 15 anni esplorano le grotte in Val Serenaia, emiliani principalmente, da Modena e da Reggio Emilia e da Bologna, assieme agli amici toscani e catanesi. Sono sempre stato restio a fare elenchi di nomi, ma forse in questa occasione posso anche permettermi di farlo cominciando dai primi che hanno trovato e aperto la grotta e finendo negli ultimi che hanno iniziato a disarmarla: un grazie quindi a Jenny e Driss,

La piena e il chiodo
Ha piovuto tutta notte ad Agliano, e questa mattina le nuvole corrono veloci in un cielo grigio azzurro, ma non minacciano pioggia. Ci siamo ritrovati in tanti per questa prima uscita di disarmo di Buca Nuova. Contando sul fatto che la grotta è stata esplorata spesso in giornate come queste, dopo un temporale, sappiamo che tutti gli attacchi sono abbastanza lontani dall'acqua e ciò ci rassicura. Non dappertutto però, specialmente da – 450 in giù.
Scendiamo velocemente in fondo alla grotta, proprio per evitare che il mutevole tempo di

Saliamo il Litoinferno, le Sfogliatelle, il Pozzarello, l'Enigma, e arriviamo alle zone fossili a -300 dove incontriamo gli altri; il rumore delle numerose cascate che la piena ha innescato è assordante, e le comunicazioni con chi è in alto sono pressoché nulle, ma non ci sono più ostacoli fra noi e l'esterno. Nove ore dopo siamo tutti fuori, stanchi, infreddoliti, bagnati come pulcini, ma tanto tanto riconoscenti al quel fantastico, superfluo e irripetibile frazionamento.
Francesco De Grande